“Che hai lì?”
“Un gatto morto.”
“Fammi vedere, Huck. Dio, è proprio secco. Dove l’hai preso?”
“L’ho comprato da un ragazzo.”
“Quanto gli hai dato?”
“Gli ho dato un biglietto blu e la vescica che ho preso al mattatoio.”

Mark Twain, Tom Sawyer, capitolo V.

 

Noi amiamo i gatti. I nostri gatti vivi. E pure i nostri gatti morti e sepolti. Non c’è alcuna minaccia nel nostro nome.

Ma prego, immaginate una ragazzina bionda in un vestito stracciato seduta sulle scale malridotte e crepate di un hotel vittoriano abbandonato, mentre regge un sacco adornato forse da piccoli fiori di sangue e una parata circense percorre la strada. Troppo gotico, ma è un buon punto di partenza.

Un gatto morto in un sacco è qualcuno di cui avresti dovuto prenderti cura. Un orribile ma divertente funerale della tua infanzia. E ovviamente un memento mori. È il volto di ogni paura, come i tuoi segreti e le tue vergogne, i tuoi scheletri nell’armadio. È un fardello che devi portare, vestendoti a lutto e imparando a nascondere le lacrime. Un giorno dovrai disfartene, ma nel frattempo… continua a fischiare quella canzone triste.

E quando dici che il gatto è nel sacco, puoi anche pensare di avercela fatta – probabilmente, se il gatto è fermo, sarà morto: non puoi avere ciò che desideri tanto facilmente, da questa parte del cielo. E i banditi sul sentiero diranno probabilmente che portano solo un gatto morto, prima di estrarre dal sacco i coltelli e farli brillare alla luce della luna. Oh, questa era un po’ troppo letteraria… Scusate e lasciamo perdere. C’è bisogno di parlare del gatto di Schrödinger della conseguente riflessione sulla Verschränkung? È davvero morto il nostro gatto?

Sì. Proprio morto. Riposi in pace.

Invece noi siamo mortalmente determinati a vivere. E suonare.

Dead Cat in a Bag è un nome buffo, sinistro, che suona bene. Soltanto un nome, dal momento che ce ne serviva uno. La musica è molto più di questo.

Vi va di fare un po’ di strada con noi?

Intanto, ci presentiamo.

I Dead Cat in a Bag sono una folk band. Compiono un viaggio lungo le strade del folk e accostano strumenti di diverse tradizioni, tracciando geografie immaginarie suggestive ed inedite, tra canzone d’autore, country & western, tex-mex, blues, bluegrass, kletzmer, gipsy-folk, musica concreta ed elettronica minimale.

Coerenza alla vocazione nomade e sguardo internazionale li portano a cantare in inglese, francese, spagnolo, mantenendo la centralità del testo del cantautorato più intimo e narrativo.

Il nucleo è composto da Luca Swanz Andriolo (voce, banjo, chitarra, mandolino, balalaika, melodeon, chumbus), Andrea Bertola (violino, percussioni, campionamenti, cori) e Scardanelli (fisarmonica, piano, zaino-batteria, sega musicale, tromba, mandolino, cori), cui si uniscono di volta in volta Elia Lasorsa (contrabbasso), Luca Iorfida (bouzouki, vibrafono, organo, chitarra, piano, voce), Francesca Musnicki (violino elettrico).

Il primo album, Lost Bags (Viceversa/Halidon, 2011), prodotto da Marcello Caudullo, vede la partecipazione di Liam McKahey dei Cousteau, Massimo Ferrarotto dei Feldman e Ivan Bert. La presentazione avviene in diretta radiofonica nazionale, dal palco del Salone del Libro di Torino, poi la band promuove il disco con concerti propri e aperture ai concerti di Hugo Race, Bonnie Prince Billy, Dad Horse Experience, Fatalists. L’album è nominato per il premio Fuori dal Mucchio e riceve un’ottima accoglienza critica: “Erano un duo post folk, oggi sono un ensemble allargato che centrifuga Waits, Cohen, Lanegan, Tindersticks, chanson francese e teatro tedesco, tex-mex e Balcani. Cantano sogni zingari senza mai essere pretenziosi. Questo è uno dei pochi cd che non mi stanco di ascoltare.” (Massimo Cotto, su Max).

Con Late for a Song (Viceversa/Audioglobe 2014) il suono si evolve: “Né tradizionalisti né sperimentali, i Dead Cat In A Bag fanno musica che sembra esalare dalle ferite nascoste, dai viottoli dimenticati, dalle bettole in cui non entreresti. (…) Il loro percorso si sta facendo interessantissimo” (Stefano Solventi, Sentireascoltare). Gli ospiti sono Fabrizio Rat Ferrero, Simone Arloiro, Valerio Corzani, Enrico Farnedi, Vito Miccolis. La presentazione avviene in diretta live su Radio Svizzera Italiana. L’album è presente tra i migliori dischi dell’anno, italiani e non, su parecchie classifiche di fine anno.

I loro spettacoli, talvolta arricchiti da un palco personale e da proiezioni, sono vari come le composizioni e adatti tanto alla strada che al pub, tanto al live club che al teatro, all’evento di piazza, con una resa live calda, teatrale, talvolta persino scanzonata e non di rado divertente. “Le ballate marinaresche, i brani più intimisti e quelli più chiassosi hanno creato un’atmosfera assolutamente singolare, capace di portare gli ascoltatori lontano, dall’Irlanda dei Pogues all’esistenzialismo claustrofobico del primo Nick Cave, passando per carrozzoni gitani, comunque attraverso una cifra stilistica assolutamente personale (e sofferta).” (Gianpaolo Iacobone, Outsiders).

Tra i festival a cui hanno partecipato vanno ricordati Collisioni, Strade Blu, Trasimeno Blues.

Alcune cover compaiono nelle compilation di Uovo Magazine (Bookmakers), 42 Records, Mescalina, Seahorse Records e Son of Marketing.

L’anteprima dei brani del prossimo album avviene con un’ospitata nel Grande Fresco, lo spettacolo di Sirianni, Negrin e Catalano.

Nel frattempo Luca Swanz Andriolo in qualità di compositore, musicista e attore, ha collaborato con Valter Malosti, Teatro di Dioniso – Teatro Stabile di Torino, Michela Lucenti & Artificio 23, Circo Delicia, Balletto Civile, Kulturscio’k, Marta Di Giulio, Migliora & Gabrielli, portando la musica dei Dead Cat in a Bag sui palchi teatrali europei ed extraeuropei. Collabora con Gentless3, Gianluca Mondo, Davide Tosches, Silent Carnival, Barbagallo, Blessed Child Opera, Nomotion, Thomas Guiducci & the B-folk guys, Stella Burns, Salvo Ruolo, Federico Sirianni.

Un brano di Scardanelli è l’unico commento sonoro del film Le meraviglie, di Alba Rohrwacher, usato anche per il passaggio sul tappeto rosso al Festival di Cannes.

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